La guerra italo-abissina come una partita a scacchi
C'era una volta una partita a scacchi giocata non su sessantaquattro caselle ma sull'altopiano etiopico, tra il 1935 e il 1936. Da una parte i Bianchi, l'Italia di Vittorio Emanuele III; dall'altra i Neri, l'impero del Negus Hailé Selassié. La partita fu reale, tragica e tutt'altro che un gioco, ma raccontarla con il linguaggio della scacchiera aiuta a capirne la logica: un avversario giudicato debole in apertura, un attacco condotto con mezzi superiori e un arbitro internazionale che guardava e non sapeva come intervenire.
L'Italia iniziò questa "partita" contro l'Etiopia anche per vendicare la sconfitta di Adua del 1896, quando l'esercito del Negus Menelik aveva annientato le colonne italiane in una delle peggiori sconfitte coloniali dell'Ottocento. I Neri attaccarono nel 1934 a Ual Ual, un'oasi di confine tra l'Etiopia e la Somalia italiana, e l'incidente fece una ottantina di vittime: fu il pretesto formale per l'apertura delle ostilità.
I Bianchi reagirono anche con mosse "illegali": i bombardamenti a tappeto e l'uso dei gas, l'iprite sganciata sull'altopiano in violazione delle convenzioni firmate. Lo sviluppo dell'attacco seguì lo schema dei manuali: avanzata dei pedoni sul territorio, movimenti di cavallo per aggirare le posizioni, e i due Alfieri — i Marescialli Graziani, da sud, e Badoglio, da nord — a stringere la morsa. I Neri, inferiori in materiale e senza pezzi pesanti, cercarono l'arrocco: il Negus si barricò ad Addis Abeba come un Re nella sua reggia.

La fase decisiva fu il contrattacco etiope del Natale 1935, la cosiddetta "Sciaboletta" del Negus, che mise in difficoltà le linee italiane e costò il posto al comandante in capo De Bono, sostituito proprio da Badoglio. Fu l'ultima risorsa seria dei Neri: con la superiorità aerea e l'artiglieria, i Bianchi ruppero il fronte nella battaglia di Maggio 1936 e marciarono sulla capitale. Hailé Selassié abbandonò la scacchiera e andò in esilio a Bath, in Inghilterra.
La vittoria finale dei Bianchi fu proclamata il 9 maggio 1936: Badoglio entrò in Addis Abeba quattro giorni prima, e il Re d'Italia si autoproclamò imperatore d'Etiopia. La partita sembrava chiusa, con tanto di "scacco matto" celebrato in patria dalla propaganda e da una canzone destinata a restare tristemente famosa, la "Regina dalla nera faccetta" — Faccetta nera — che raccontava l'occupazione con la leggerezza di un motivetto.
L'arbitro internazionale, la Società delle Nazioni, condannò l'aggressione e comminò ai Bianchi le sanzioni economiche del novembre 1935. Ma le sanzioni si rivelarono solo il preludio a uno scacco matto ben più grande: l'Italia, isolata dall'Occidente, scivolò verso l'Asse con la Germania, e la "vittoria" del 1936 divenne una delle case di partenza della Seconda guerra mondiale. L'impero durò appena cinque anni: nel 1941 gli inglesi e i partigiani etiopi rimisero il Negus sul trono.
La morale della partita la conoscono tutti gli scacchisti di circolo: una posizione vinta nel medio gioco non significa nulla se la strategia di fondo è sbagliata. I Bianchi vinsero la partita del 1935-36 con pezzi pesanti e mosse proibite, e cinque anni dopo persero tutto quello che avevano conquistato. Come dice il vecchio adagio della scacchiera: non conta chi attacca per primo, conta chi capisce per ultimo.


